Il buon coordinatore nella RSA del 2017 e i suoi punti di forza

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Pazienza ed empatia,
coinvolgimento e valorizzazione degli infermieri, medici, OSS, fisioterapisti, educatori:
gli ingredienti manageriali per una RSA d’accoglienza.

In prossimità della VI edizione di RSA SUMMIT (Milano, 12 aprile 2017),
ci concede un anticipo:


Mariangela Vanalli
Coordinatrice infermieristica

Istituzioni Don Carlo Botta RSA Santa Chiara di Bergamo

 

  1. Ascolto nei confronti dell’ospite e dell’operatore
  2. Visione sistemica della struttura
  3. Atteggiamento empatico e paziente
  4. Implementazione della responsabilità degli operatori e potenziamento dell’integrazione socio-sanitaria
  5. Coinvolgimento di differenti figure professionali all’interno del stesso progetto                                                                                                                                     

   Ci fornisci alcuni esempi su come avete coinvolto e valorizzato gli operatori nella tua RSA?

  • Durante lo svolgimento della consegna sono presenti tutte le figure professionali e a turno tutti possono raccontare qualcosa di significativo dell’ospite (non necessariamente legato all’ambito sanitario). Basta pensare che anche l’educatore è coinvolto nel raccontare il senso e il significato dei colloqui individuali capacitanti, dei benefici della stimolazione cognitiva e sensoriale su un ospite con disturbi del comportamento mirati, in modo tale che l’infermiere, l’OSS/ASA, i medici possano avere un esito successivo di tali interventi mediante dei follow-up.
  • Altro esempio, abbiamo costruito nel PAI con la cartella informatizzata CBA, un grading di valutazione della frequenza di partecipazione alle attività riabilitative ed educative da parte dell’ospite, coinvolgendo in tale progetto fisioterapisti ed educatori. Anche il Barthel Index, volto a misurare le prestazioni di un ospite nelle attività della vita quotidiana (ADL, activities of daily living), viene redatto sia dall’Infermiere che dall’OSS/ASA.
  • Abbiamo anche inserito il fisioterapista in un progetto sull’igiene per l’ospite; mi era sembrato opportuno introdurlo poiché si trattava della figura adibita alla mobilizzazione dell’anziano durante l’espletamento di tale attività. Il fisioterapista si serve di una griglia osservazionale che, oltre a indicare la mobilizzazione attiva e passiva di un ospite, definisce il numero di operatori sanitari necessari in riferimento al grado di complessità assistenziale della persona assistita (es: 2 operatori sanitari per un ospite con MMSE non valutabile e con CIRS equiparabile a 5).
    Questo approccio ha ottenuto dei risultati positivi e ha permesso di implementare la responsabilità di differenti figure professionali nei loro ruoli e di potenziare l’integrazione socio-sanitaria. 

   Quali caratteristiche dovrebbe avere un infermiere, OSS/ASA interno a una RSA?

  • Definirei come risposta prioritaria l’identificazione del modo e del tempo per istaurare una relazione reciproca basata sull’ascolto, sull’accoglienza dei silenzi, se necessari, pur mantenendo il rispetto dei ruoli e la giusta distanza terapeutica nei confronti dell’ospite e dei loro caregivers.
  • Una delle principali difficoltà che identifico nella scelta di nuovo personale riguarda una carente preparazione formativa dell’infermiere in ambito geriatrico. Di fatto su questo fronte la formazione universitaria garantisce poche ore nel piano didattico, e sono pochi i tirocini nelle RSA, nonostante ci troviamo di fronte a un cambiamento epidemiologico, culturale e di cronicità alla quale il sistema sanitario odierno deve far fronte. Questa problematica rimarca sempre più la necessità di avvicinare a queste strutture i neolaureati in Scienze infermieristiche che, pur essendo molto formati su certi ambiti, sono poco preparati a gestire le situazioni di ecomorbilità e le pluri-patologie del paziente anziano. Per far fronte a questa evenienza, io strutturo ed identifico un infermiere senior responsabile del tutoraggio ed affiancamento nelle fasi iniziali del loro percorso lavorativo.
  • D’altra parte, gli operatori provenienti dalla realtà ospedaliera, che magari hanno più anni di esperienza, sono poco abituati a dedicare tempo all’ascolto dell’ospite (soprattutto se affetto da deterioramento cognitivo grave). La realtà ospedaliera impone, giustamente, ritmi di lavoro molto serrati che tuttavia mal si coniugano nella costruzione di una relazione empatica con l’anziano, che richiede tempo e pazienza e che è essenziale in una RSA e che è completamente diversa da una realtà riconducibile ad un’area critica, medica o chirurgica.Hai parlato tanto della valorizzazione degli operatori, hai qualche consiglio in merito alla relazione con gli OSS?
  • Valorizzare gli operatori socio-sanitari e coinvolgerli nella costruzione di progetti ha portato a noi ottimi risultati a livello sistemico. Innanzitutto bisogna considerare che gli OSS sono le figure più numerose in RSA e che sono desiderosi di definire le loro modalità lavorative. Il loro coinvolgimento in progetti di ricerca ha permesso sia di diminuire le situazioni di malcontento/conflitto e hanno portato anche a un risparmio economico. Per esempio sono stati coinvolti nella costruzione e compilazione di una griglia osservazionale che definisce l’applicabilità del corretto presidio assorbente in riferimento alla complessità assistenziale dell’ospite ed in riferimento al tipo di incontinenza, abbassando i costi ed i consumi dei pannolini in riferimento alle necessità assistenziali.

    Quale libro consiglieresti a una persona che dovesse svolgere la tua stessa professione di Coordinatore Infermieristico in RSA?
  • “Koloroutis M. (2015) CURE BASATE SULLA RELAZIONE. UN MODELLO PER TRASFORMARE LA PRATICA CLINICA. Milano: Casa Editrice Ambrosiana” che ha un forte imprinting sulla modalità di costruire una relazione priva di conflitti tra il coordinatore e l’equipe.

    I tuoi obiettivi professionali per il futuro?
    Tenermi costantemente aggiornata sulle tematiche cliniche e organizzative rivolte alle RSA attraverso la partecipazione a corsi, convegni e progetti di ricerca universitari e anche a livello internazionale.
    Inoltre, trasmettere tanta propositività e voglia di fare all’interno della struttura.

    Quali sfide identifichi per la tua RSA?
  • Le sfide a cui una RSA è chiamata a rispondere riguardano fronti differenti: da una parte è necessario procedere con una migliore gestione della cronicità e una definizione mirata dei significati delle macro-aree (nutrizione, idratazione, dolore, contenzione, lesioni da pressione, cadute) introdotte nella cartella socio sanitaria informatizzata.
  • Un altro spunto di miglioramento che rilevo riguarda la creazione di relazione armoniche e collaborative tra la struttura e l’entourage familiare dell’ospite.
  • Altro elemento di riflessione riguarda un maggiore approfondimento del senso e significato del SELF-CARE per coloro che vivono un decadimento cognitivo lieve o moderato o per i loro caregivers, in caso di decadimento cognitivo grave. Partendo da tale premessa è fondamentale anche soffermarsi sul senso ed il significato di cura per i caregivers in riferimento alla situazione clinica ed all’accanimento terapeutico richiesto da alcuni parenti.

    Quali strumenti possono essere utilizzati per far fronte alla cronicità e alle pluri-patologie?
  • La Cartella clinica informatizzata è un ottimo strumento per avere una visione globale sull’ospite: ovviamente la conditio sine qua non per la sua introduzione è il superamento della forte resistenza al cambiamento tecnologico/informatico.
    Inoltre, definire i punti di forza e criticità dei differenti sistemi classificatori, come il SOSIA applicato in regione Lombardia. 

    In merito il rapporto con la famiglia, quali sono gli spunti per creare una relazione priva di conflitti e una buona collaborazione tra l’operatore sanitario e il parente?

    La principale difficoltà per una famiglia che accompagna il parente in una struttura per anziani riguarda l’accettazione della condizione patologica del proprio caro; il coordinatore infermieristico può intervenire all’interno di questo contesto in differenti maniere:

  1. Innanzitutto nell’essere disponibile a illustrargli il meccanismo fisiologico dell’invecchiamento e a sapere ascoltare quanta percezione ha il parente sulla condizione di deterioramento cognitivo del proprio caro.
  2. Nel caso specifico della RSA Santa Chiara, oltre a effettuare colloqui individuali con il medico e familiare (soprattutto nella fase di ingresso iniziale), coinvolgiamo il parente in una fase successiva durante la stesura del P.A.I. – piano assistenziale individualizzato – insieme al medico e al coordinatore infermieristico: questo permette di renderlo più consapevole delle valutazioni sull’anziano e consente una comunicazione più efficace.
  3. Inoltre è di fondamentale importanza entrare in empatia con il parente: sia prendendo in considerazione il suo stato emotivo, sia nel venirgli incontro coniugando le esigenze della famiglia e della struttura socio-sanitaria. 

     

    Quale cambiamento auspichi per la tua RSA?

    Per prima cosa desidero una maggior integrazione tra ASA, OSS e Infermieri; specificatamente in tutte le attività identificabili nelle macro-aree valutative durante l’assistenza diretta alle persone assistite.
    Inoltre, mi piacerebbe che gli operatori riuscissero a gestire meglio ospiti con patologie quali Parkinson e Alzheimer o con deterioramento cognitivo grave: mi rendo conto che non è facile, ma si potrebbero implementare attività di ascolto attivo e osservazione dell’ospite a cui potrebbero seguire degli aggiustamenti dei livelli assistenziali, magari istituendo protocolli e procedure ad hoc collaborando con la mia equipe, fatta di persone, risorse e ruoli diversi!